Eric Edmonds e Nina Pavcnik, economisti marito e moglie, in un articolo sul lavoro minorile (Vox: “Trade and child labour”). Secondo i loro dati, i bambini fra i 5 e i 14 anni che lavorano sono circa 191 milioni (il 16% di quella fascia d’età), ma sono in gran parte al servizio dei genitori nei campi o nelle scalcinate aziendine di famiglia.
Non appena un paese inizia ad esportare, il benessere cresce e più genitori possono permettersi di mandare i figli a scuola. Le regioni rurali dell’Asia, o l’Africa, hanno un’incidenza di lavoro minorile assai più alta che le zone industrializzate della Cina o del Pakistan.
Morale: non è la globalizzazione a causare lo sfruttamento dei bambini. Gli occidentali che si strappano le vesti perché i cinesini lavorano in fabbrica sono più preoccupati della loro virtù che dell’infanzia. Non vogliono che il prodotto che usano sia fabbricato da un bambino. Finché il cinesino lavorava nelle risaie, o per i suoi genitori, misteriosamente il problema non è mai stato all’ordine del giorno.
