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"I capi militari conoscono un segreto: la grande maggioranza della gente è immensamente riluttante a spegnere una vita umana"

Bambino con fucileDave Grossman, tenente colonnello dell’esercito americano ed ex professore di psicologia a West Point (Greater Good: “Hope in the Battlefield”, via Mark Thoma).

Grossman cita un dato impressionante che non conoscevo: durante la seconda guerra mondiale, solo il 15-20% dei soldati in battaglia riusciva a sparare contro il nemico. Gli altri, anche a costo di rischiare di più, si fermavano a soccorrere i feriti, rifornivano di munizioni i compagni e si offrivano di portare messaggi. Già nell’Ottocento gli ufficiali francesi avevano notato che molti soldati sparavano sempre in aria.

Grossman spiega che il succo dell’addestramento di un militare moderno consiste nell’abituarlo a deumanizzare la vittima (a partire dal nome: “bersaglio” e simili).

Una conseguenza è che un soldato ben addestrato ha un vantaggio micidiale sui combattenti occasionali, che faticano letteralmente a sparargli addosso. Grossman cita un episodio in Somalia dove diciotto soldati americani circondati riuscirono a uccidere 364 guerriglieri locali armati.

E’ un articolo affascinante, che ridicolizza la retorica della guerra come “figlia della violenza”. Peraltro, basterebbe ricordarsi che in nessuna specie di mammiferi gli esemplari amano uccidersi fra loro. E che, di solito, le guerre sono decise da persone che non devono premere grilletti.